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Rigenerazione urbana e progettazione partecipata sono termini che in questi anni hanno definito in modo talvolta ambiguo un insieme di pratiche urbane e di interventi che ancora stentano, almeno in Italia, a diventare politiche codificate e definite.

Nella letteratura europea, e nel dibattito che da molti anni interessa la comunità dei rigeneratori urbani europei, i termini sono precisi e definiscono quell’insieme di pratiche, metodi, strumenti e azioni che intervengono nel tessuto urbano abitato, vissuto, cercando di rivitalizzarne la trama urbana consolidata attraverso un approccio integrato che tenga insieme gli interventi fisici, materiali, strutturali con quelli sociali, economici, culturali, partecipativi.

Le città, i territori, sono ecosistemi complessi e si compongono di una pluralità di soggetti che ne abitano i luoghi.

Rigenerare la città ed i suoi territori significa dunque da un lato dotarsi di visioni e strumenti operativi che consentano di agire sulle strutture, sull’hardware ma dall’altro anche di lavorare sulle risorse, sulle energie, sulle identità e sui conflitti, sul software.

Proprio perché la città è un insieme complesso, un ecosistema con un equilibrio materiale e immateriale – pietra e carne, struttura fisica e processi intangibili che continuamente si rompono e si ricostruiscono.

Le pratiche rigenerative hanno la necessità, per avviarsi, di connettere gli attori istituzionali, economici e sociali spesso s-connessi. Implicano la capacità degli attori locali di mettersi in gioco e di scommettere collettivamente su una strategia di futuro che consenta di mettere in rete risorse, competenze, saperi.

Hanno spesso bisogno di una scintilla, di un detonatore che inneschi il processo di rigenerazione.


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